14 Gennaio 2026

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Abitare la soglia. Arte, percezione e conoscenza nel lavoro di Davide Uria

Negli ultimi anni il lavoro di Davide Uria si è imposto come una presenza singolare nel panorama culturale italiano contemporaneo, non tanto per l’adesione a un linguaggio o a una disciplina specifica, quanto per la capacità di costruire dispositivi di esperienza che attraversano poesia, arti visive, scrittura critica, didattica e curatela. Il suo percorso non procede per compartimenti stagni, ma per continuità epistemiche, in cui ogni progetto diventa un punto di passaggio, una soglia. «Non ho mai pensato poesia, arti visive o scrittura come territori separati», spiega Uria, «ogni lavoro nasce come un’esperienza, non come un oggetto chiuso. Che si tratti di un libro, di un laboratorio o di un intervento visivo, ciò che mi interessa non è portare il pubblico a “capire” l’arte, ma a farne esperienza in modo consapevole. La soglia è il luogo in cui qualcosa accade, non quello in cui si arriva».

Alla base di questa impostazione c’è un presupposto teorico chiaro: l’arte contemporanea non può più essere letta come un oggetto statico dotato di un significato univoco, ma come un fenomeno relazionale. «L’opera prende forma nell’incontro», afferma Uria, «tra chi guarda, lo spazio e il tempo dell’esperienza. Questo deriva in modo evidente dalla fenomenologia: la percezione non è un atto passivo, ma incarnato, situato, temporale. Ogni esperienza estetica è diversa perché diverso è il corpo che guarda, la memoria che porta con sé, la disposizione con cui entra in relazione con l’opera». In questa prospettiva, l’arte non comunica un messaggio già pronto, ma attiva processi cognitivi ed emotivi complessi: attenzione, spaesamento, resistenza al senso immediato, sospensione del giudizio. «Per questo», continua Uria, «mi piace pensare all’arte come a un esperimento scientifico: non serve a dimostrare qualcosa, ma a osservare cosa succede».

Questo approccio trova una delle sue formulazioni più note nel libro Lucio Fontana spiegato a mia nonna: perché i tagli sono opere d’arte, pubblicato nel 2024 e citato anche da Artribune come esempio virtuoso di divulgazione critica non semplificatoria. La figura della “nonna” non è un espediente narrativo ingenuo, ma un vero e proprio dispositivo epistemologico. «La nonna rappresenta uno sguardo non specialistico, non intimidito dal canone», spiega Uria, «uno sguardo che non ha bisogno di legittimazioni teoriche per fare esperienza». Fontana, in questo senso, diventa un paradigma percettivo. Il taglio non è presentato come gesto iconico o provocazione storica, ma come apertura dello spazio, come frattura che costringe lo sguardo a ripensare la superficie non come limite, ma come soglia. «Il valore dell’opera non è nel gesto in sé», sottolinea, «ma in ciò che quel gesto produce nello spettatore». La nuova edizione del 2025, arricchita da un’appendice iconografica che raccoglie le opere citate nel testo, rafforza ulteriormente questa impostazione: teoria e immagine entrano in relazione diretta, permettendo al lettore di osservare, confrontare, verificare. «Non chiedo fiducia», afferma Uria, «chiedo attenzione».

Questa attenzione si sposta poi dallo spazio dell’opera a quello del museo con Sopravvivere a un museo d’arte contemporanea: dieci stanze, dieci artisti, dieci sopravvivenze possibili, pubblicato nel 2025. Qui il museo viene ripensato come un ambiente cognitivo complesso, un laboratorio più che un luogo di conservazione. «Il museo è uno spazio ad alta densità simbolica», osserva Uria, «ogni stanza è un’ipotesi, ogni opera una variabile, ogni visitatore parte attiva dell’esperimento». Il termine “sopravvivere” non ha una funzione ironica, ma metodologica: sopravvivere significa imparare a muoversi nell’incertezza, rinunciare all’idea di una comprensione immediata. Il libro propone vere e proprie strategie percettive, analoghe a quelle dei processi scientifici: osservazione lenta, sospensione del giudizio, formulazione di domande, revisione continua delle aspettative.

Nel 2025 Uria pubblica anche Il mestiere di dimenticarti, una raccolta poetica che introduce un ulteriore livello di complessità nel suo percorso. Qui la memoria non è trattata come tema lirico, ma come fenomeno dinamico e instabile. «Il titolo contiene un paradosso», spiega, «dimenticare non come perdita, ma come pratica, come lavoro continuo di riorganizzazione dell’esperienza». La poesia assume una funzione quasi modellizzante: isola frammenti, registra scarti, osserva ricorrenze. Il linguaggio è essenziale, talvolta vicino a una scrittura quasi clinica, ma attraversato da una forte tensione emotiva. «Mi interessa una forma di conoscenza in cui emozione e pensiero non siano opposti», afferma Uria, «una sorta di epistemologia affettiva».

Il libro è stato accompagnato da un intervento nelle arti visive, un’azione poetica irripetibile pensata come un unicum per promuovere la raccolta. «Non parlerei di installazione in senso tradizionale», precisa Uria, «ma di un attraversamento. La memoria non si espone, si vive. L’opera non resta, accade». Questa concezione attraversa anche il suo lavoro curatoriale, come nel caso della mostra dedicata a Paolo Gubinelli, in cui la ricerca artistica viene presentata come processo più che come risultato.

Un ruolo centrale nella pratica di Uria è occupato dalla didattica, in particolare dai laboratori sull’arte contemporanea rivolti ai bambini presso la Biblioteca “Giovanni Bovio” di Trani. «I bambini sono spesso i fruitori più disponibili all’esperienza estetica», osserva, «perché non hanno ancora interiorizzato l’ansia di capire subito». Nei laboratori l’arte non viene spiegata, ma praticata attraverso il fare, l’errore, il gioco. Questo approccio trova solide basi anche nelle scienze cognitive, che dimostrano come la comprensione nasca dall’interazione corporea e sensoriale con l’ambiente. «L’arte può essere compresa prima del linguaggio», afferma Uria, «e spesso meglio senza di esso».

Ciò che unisce libri, poesia, arti visive, curatela e didattica è quella che Uria definisce una vera e propria metodologia della soglia. «Non offro risposte definitive», conclude, «ma costruisco condizioni di possibilità. Ogni opera è un passaggio, non un punto di arrivo». In un contesto culturale spesso polarizzato tra semplificazione estrema e iperspecialismo autoreferenziale, il lavoro di Davide Uria si colloca in una posizione intermedia e necessaria: rendere la complessità abitabile senza ridurla. «L’arte non serve a spiegare il mondo», afferma, «ma a insegnarci come stare dentro le sue contraddizioni. Ed è lì, sulla soglia, che continuo a lavorare».

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