L’horror vacui, dal latino “terrore del vuoto”, nasce come categoria estetica.
Ma, come spesso accade, ha smesso presto di essere confinata nelle cornici.
All’inizio è arte. Poi diventa comportamento.
In origine descrive quella pulsione quasi compulsiva a riempire ogni spazio disponibile: nessun margine, nessuna pausa, nessun silenzio visivo.
Dal barocco ai mosaici bizantini, dalle miniature medievali all’architettura gotica, fino all’estetica vittoriana, il principio è chiaro: se esiste uno spazio, va occupato. Meglio ancora, saturato.
Il vuoto, in queste tradizioni, non è una scelta. È un errore.
Aristotele aveva fornito una giustificazione teorica elegante: la natura aborrisce il vuoto.
Non lo tollera. Lo riempie. Sempre.
Un principio così rassicurante da sopravvivere per secoli, fino a quando Blaise Pascal, nel 1647, dimostrò che il vuoto esiste, eccome.
E, peggio ancora, funziona.
Da lì in poi, il problema non è più stato fisico,è diventato umano.
Perché l’horror vacui contemporaneo non riguarda più le pareti.
Riguarda le agende.
Calendari pieni. Notifiche costanti.
Conversazioni che riempiono il silenzio prima ancora che nasca.
Riunioni per preparare altre riunioni.
Presentazioni che spiegano ciò che nessuno ha avuto il tempo di pensare.
Il vuoto oggi non è sparito, è stato dichiarato illegale.
E così lo riempiamo: con contenuti, opinioni, attività, parole.
Spesso non per aggiungere valore, ma per evitare quella sensazione sottile e scomoda che il vuoto porta con sé: la possibilità di pensare.
In psicologia, questa tendenza si traduce nella difficoltà a tollerare spazi aperti, silenzi, pause.
Ma nella pratica quotidiana assume forme più eleganti, e socialmente accettate: produttività incessante, iperconnessione, bisogno di essere sempre “in movimento”.
Una forma raffinata di fuga.
Nel business, l’horror vacui è particolarmente insidioso.
Si traveste da efficienza. Da controllo. Da operatività.
Ma spesso nasconde il contrario: incapacità di scegliere, paura di togliere, difficoltà a distinguere l’essenziale dal rumore.
Riempire è facile. Selezionare è leadership.
Il paradosso è che il valore nasce spesso proprio dallo spazio lasciato libero.
Una strategia chiara è, per definizione, una lista di cose che non si fanno.
Una comunicazione efficace è fatta anche di pause.
Un team che funziona non è quello sempre occupato, ma quello capace di fermarsi al momento giusto.
Ma il vuoto, si sa, mette a disagio, e allora lo decoriamo.
Con slide. Con parole. Con iniziative. Con urgenze.
Un horror vacui aziendale ben arredato.
Forse il punto non è eliminare questa tendenza, sarebbe controintuitivo, e probabilmente impossibile.
Forse il punto è riconoscerla e, ogni tanto, con un certo coraggio, lasciare uno spazio vuoto, non per mancanza di idee, ma per rispetto di quelle che potrebbero arrivare.
Sorgente: robertogrippi.com

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