In questi giorni ho lavorato con grande impegno.
La mia azienda sta per concludere un importante contratto e io mi sono assunto l’incarico di redigerne la bozza da sottoporre ad avvocati, commercialisti e al notaio per la stipula definitiva.
Questo lavoro mi ha impegnato molto, e il motivo è quasi paradossale: l’accordo è estremamente semplice.
In generale, un giurista scompone un accordo nelle sue componenti essenziali e, analizzandone la struttura, redige le clausole necessarie a prevenire e risolvere i problemi che potrebbero sorgere nel corso della sua esecuzione. In altre parole, il compito del giurista consiste spesso nel rendere complesso anche l’accordo più semplice.
Non che questo sia un errore. Quando i problemi emergono, infatti, è generalmente troppo tardi per cercare una soluzione condivisa; a quel punto, di solito, spetta a un giudice dirimere la controversia. Per questa ragione il giurista cerca di anticipare i possibili punti di attrito e di neutralizzarli attraverso una rete di sicurezza: un insieme di clausole pensate per evitare che una divergenza di vedute diventi tanto profonda da compromettere l’intesa che aveva portato all’accordo.
Torniamo a noi. L’accordo è semplice; il contratto, quindi, come si addice ai contratti, dovrebbe essere complicato.
Oggi ho presentato la bozza ai colleghi che dirigono gli altri reparti dell’azienda, per raccogliere osservazioni e suggerimenti prima di sottoporla alla controparte. La loro reazione mi ha sorpreso: sono rimasti tutti colpiti dal fatto che la bozza fosse semplice, snella ed efficace.
Si aspettavano una miriade di clausole, una complessa rete di previsioni e rimandi, e si sono invece trovati davanti a una struttura lineare, comprensibile già alla prima lettura. Un testo che definisce con chiarezza ruoli, obblighi, diritti e doveri delle parti, senza nasconderli dietro il consueto legalese. Che strano: un contratto scritto in italiano corrente! Un documento nel quale i passaggi da compiere sono chiari e i rispettivi diritti e obblighi risultano immediatamente comprensibili.
La loro reazione si è condensata in una frase: «Tutto qui? E noi pensavamo che fosse complicato!».
Ripensandoci, mi vengono in mente due considerazioni.
La prima è racchiusa in una celebre massima attribuita, con varianti, a molti scrittori e pensatori: «Ti scrivo una lettera lunga perché non ho avuto il tempo di scriverne una breve». La sintesi richiede molto più lavoro della prolissità.
La seconda è che scrivere in buon italiano — o, più in generale, nella lingua che gli esseri umani usano quotidianamente per comunicare e lavorare — è sorprendentemente difficile. Talvolta sembra che a scuola non si sia imparato nulla dagli autori studiati in letteratura e che, per soprammercato, all’università si siano frequentati con profitto tutti i corsi dell’immaginario UCAS, l’Ufficio Complicazione Affari Semplici.
Mi torna alla mente anche una frase attribuita ad Einstein — probabilmente apocrifa, ma comunque efficace: «Se non lo sai spiegare a un bambino, non l’hai capito abbastanza bene».
Quando scrivo un contratto, un’offerta, una relazione tecnica o un articolo per voi lettori, cerco sempre di ricordare che il mio compito è trasmettere un pensiero, non renderlo così tortuoso da consentire a ciascuno di arrivare a conclusioni diverse partendo dalle stesse premesse.
Mio padre e mia madre, entrambi grandi insegnanti, mi hanno trasmesso il gusto per la scrittura semplice e il dovere morale di esprimere le mie idee in modo da farmi comprendere con precisione.
E così torniamo al nostro benedetto — e talvolta maledetto — contratto. Tra i miei colleghi è nato un sospetto: forse la mia bozza non è adatta allo scopo. È troppo chiara, troppo semplice, addirittura comprensibile.
E questo, a quanto pare, non si addice a un contratto.
Fonte: robertogrippi.com

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