«Se volevo parlare con dei coglioni parlavo coi miei.
Non stavo a perdere del tempo con voi.»
(Palmiro Cangini, assessore di Roncofritto — ovvero Paolo Cevoli, a Zelig)
La battuta fa ridere.
Anzi, fa ridere moltissimo.
Perché nessuno di noi si identifica con il bersaglio della battuta.
I “coglioni” sono sempre gli altri.
O almeno così ci piace credere.
Ma esiste una forma di stupidità molto più pericolosa di quella che attribuiamo agli altri.
Ed è esattamente di questo che parla Étienne de La Boétie, in un piccolo libro scritto quasi cinque secoli fa, quando aveva appena ventidue anni.
E improvvisamente la risata si spegne.
Perché il bersaglio, questa volta, siamo proprio noi.
Nel Discorso sulla servitù volontaria, pubblicato clandestinamente nel 1576, De La Boétie pone una domanda che dovrebbe togliere il sonno a qualunque cittadino libero.
Perché milioni di uomini obbediscono a uno solo?
La risposta che viene spontanea è semplice.
Perché il tiranno è più forte.
De La Boétie risponde: no.
Un uomo solo non potrebbe mai dominare un intero popolo con la sola forza.
Non possiede abbastanza spade, abbastanza soldati, abbastanza occhi per controllare tutti.
Il suo vero potere nasce altrove.
Dal consenso.
Dall’abitudine.
Dalla comodità.
Da quella lenta rinuncia alla libertà che, giorno dopo giorno, convince gli uomini che sia più semplice obbedire che pensare.
La tirannide, scrive De La Boétie, non è un edificio costruito dal tiranno.
È un edificio costruito dai sudditi.
Sono loro che gli consegnano il potere.
Sono loro che lo mantengono in piedi.
Sono loro che, spesso senza accorgersene, diventano gli ingranaggi della macchina che li opprime.
È un’idea sconvolgente.
Siamo abituati a pensare che la libertà venga rubata.
Secondo De La Boétie, molto più spesso viene regalata.
Per ignoranza.
Per pigrizia.
Per paura.
Per convenienza.
O, semplicemente, perché “si è sempre fatto così”.
Ed è forse questa l’intuizione più moderna dell’intero libro.
Oggi la libertà viene raramente strappata con la forza.
Molto più spesso viene ceduta volontariamente.
In cambio della comodità di non dover scegliere.
Dell’appartenenza a un gruppo.
Dell’approvazione di chi detiene il potere.
Della tranquillità che deriva dal ripetere ciò che gli altri desiderano sentirsi dire.
Il meccanismo non è cambiato.
Sono cambiati i protagonisti, non la storia.
Quando ascoltiamo parlare delle corti che circondano uomini politici, capitani d’industria, leader religiosi o dirigenti di qualunque organizzazione, siamo portati a considerare i loro collaboratori come semplici opportunisti.
E certamente molti lo sono.
Ma fermarsi a questa lettura significa perdere la parte più interessante.
Il cortigiano non rinuncia soltanto alla verità.
Rinuncia alla propria libertà.
All’inizio sceglie di dire ciò che il potente desidera ascoltare.
Poi smette di distinguere ciò che è vero da ciò che è utile.
Infine dimentica perfino che esista una differenza.
A quel punto non è più un uomo libero.
È un cardellino in gabbia.
Canta.
Viene nutrito.
E, col tempo, dimentica di avere le ali.
Ogni giorno la porta della gabbia gli sembra un po’ meno una prigione e un po’ più una protezione.
Finché guarda gli uccelli che volano nel cielo e .e arriva a pensare che siano loro a correre il rischio maggiore.
La gabbia non gli appare più come una rinuncia.
Gli appare come la normalità.
Ed è proprio questa la servitù volontaria.
Ed è proprio qui che il libro diventa inquietante.
Perché non parla soltanto dei tiranni.
Parla di noi.
Ogni organizzazione, ogni Stato, ogni azienda, ogni partito, ogni associazione produce inevitabilmente una piccola corte.
Talvolta senza che il capo ne sia nemmeno consapevole.
Ma perché qualcuno scopre sempre che compiacere è più redditizio che contraddire.
È fatta di persone che non cercano la verità ma il favore.
Che non cercano di capire ma di compiacere.
Che non chiedono: “È giusto?”
Si chiedono soltanto: “Conviene?”
Sono i cortigiani descritti da De La Boétie.
È difficile leggere queste pagine senza pensare ai nostri tempi.
Alle mode che nessuno osa mettere in discussione.
Alle opinioni ripetute senza averle mai verificate.
Ai social network, dove il conformismo viaggia alla velocità della fibra ottica.
Agli algoritmi che premiano il consenso più della verità.
Alle aziende nelle quali nessuno dice al capo ciò che pensa davvero.
Alle istituzioni nelle quali il dissenso viene percepito come un tradimento anziché come una risorsa.
De La Boétie ci costringe a porci una domanda scomoda.
Quanta parte delle nostre convinzioni è davvero nostra?
E quanta, invece, è soltanto il prezzo che paghiamo per essere accettati?
Il messaggio finale è di una semplicità quasi disarmante.
«Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi.»
Non invita alla rivoluzione.
Non parla di violenza.
Non propone barricate.
Invita a un gesto infinitamente più difficile.
Pensare.
Perché ogni tirannide teme le armi.
Ma teme molto di più un uomo che abbia imparato a ragionare con la propria testa.
Ed è forse questa la parte meno divertente della battuta iniziale.
Perché, alla fine, il “coglione” non è chi ha poca intelligenza.
È chi rinuncia a usarla.
Chi preferisce l’approvazione alla verità.
Chi consegna ad altri il diritto di pensare.
È questa la servitù volontaria.
Forse è questo il significato più profondo della battuta con cui abbiamo iniziato.
Ridevamo perché eravamo convinti che i “coglioni” fossero sempre gli altri.
De La Boétie ci lascia un dubbio infinitamente più inquietante.
La tirannide non comincia quando qualcuno conquista il potere.
Comincia quando qualcun altro smette di esercitare la propria libertà.

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