Lei ha detto che parlare lentamente oggi è un atto di resistenza. Come mai?
Viviamo in un’epoca che consuma il tempo prima ancora delle cose, e consuma le parole prima ancora che abbiano il tempo di respirare. Ogni parola viene estratta dal suo contesto, accelerata, trasformata in segnale. Parlare lentamente significa sottrarsi a questa logica, permettere alla parola di farsi gesto, di diventare esperienza, di rischiare. È come creare uno spazio tra il pensiero e la sua espressione, un intervallo in cui la verità non è immediata, ma si manifesta gradualmente. Questo rallentamento è resistenza perché sfida la tirannia della rapidità, della soluzione pronta, del consumo immediato.
Nei suoi scritti ricorre spesso il concetto di “soglia”. Che cosa significa abitare la soglia?
La soglia è il luogo del “non ancora”, il margine tra ciò che è e ciò che sarà, tra la percezione e la comprensione, tra il desiderio e la sua realizzazione. È uno spazio in cui siamo esposti, vulnerabili, disallineati. Vivere la soglia significa accogliere l’incertezza, restare sospesi senza bisogno di risolvere, senza voler piegare l’esperienza a un risultato immediato. La soglia è l’essenza del tempo dilatato, il tempo in cui il pensiero non si chiude, in cui l’essere resta aperto. È lì che si genera ciò che ha valore: il senso non si afferra, si abita.
E questa soglia esiste anche nelle relazioni?
Assolutamente. L’amore, come la conoscenza, si manifesta nella zona incerta, nell’imperfezione che non si risolve. L’amore autentico nasce in quel limbo in cui non sappiamo se l’altro resterà, se la nostra scelta è giusta, se il cambiamento che sentiamo dentro di noi è irreversibile. La modernità vuole certezza immediata, conferma istantanea, prestazione calibrata. Ma l’amore vero fiorisce solo quando abitiamo il dubbio, quando ci esponiamo senza protezioni. È nella soglia, non nella sicurezza, che si forma la profondità.
Lei spesso mette in relazione la soglia con l’esperienza estetica. Come?
L’arte contemporanea ci costringe a restare nella soglia. Davanti a un’opera, non cerchiamo risposte, cerchiamo trasformazione. Il gesto dell’artista apre uno spazio tra noi e il mondo: lo spazio in cui l’opera non è ancora comprensibile, ma ci attraversa, ci mette in dialogo con noi stessi. È lì che il pensiero si dilata, che il dubbio diventa possibilità, che il fragile diventa terreno fertile. Come nelle relazioni, come nell’amore, ciò che conta è restare nell’esperienza senza volerla dominare.
Parliamo di Fontana. Perché il taglio diventa metafora del tempo e del pensiero?
Il taglio non è vuoto, non è semplice assenza: è sospensione. È un gesto minimale che produce uno spazio temporale e mentale. Come una pausa musicale, introduce un prima e un dopo, invita a sostare, a interrogarsi, a rallentare lo sguardo e il pensiero. Fontana ci insegna che la semplicità è concentrazione, che il gesto essenziale non è riduzione ma apertura. Il vuoto non chiude, apre. E nella sospensione, nel silenzio, l’opera continua ad agire, anche dopo che l’occhio ha smesso di guardare.
Il suo libro “Lucio Fontana spiegato a mia nonna” nasce senza progetto editoriale. Come si sviluppa la necessità di raccontare l’arte in modo umano?
Non volevo scrivere un libro su Fontana. Volevo tradurre un’esperienza. Tradurre non significa semplificare, significa creare un linguaggio che renda attraversabile l’esperienza senza annientarla. La semplicità non è scorciatoia, ma scelta radicale. Non si tratta di spiegare, ma di restituire spazio: lasciare al lettore il tempo di sostare, di interrogarsi, di sentire. È un atto di etica del pensiero: restituire alle persone la possibilità di abitare la complessità senza ridurla a consumo immediato.
Nei suoi scritti emerge l’idea di museo come “ambiente cognitivo”. Quale significato ha questa definizione?
Lo spazio influenza profondamente il pensiero. Il museo non è neutro: decide cosa vediamo, quanto restiamo, come ricordiamo. È un dispositivo che plasma l’esperienza. Un museo che funziona davvero non è comodo, non rassicura, non semplifica. Ti mette in difficoltà, ti espone, ti obbliga a restare davanti al nuovo, all’ignoto, al complesso. È in questa difficoltà che nasce la comprensione profonda. Come nelle relazioni, come nell’arte: ciò che è immediatamente chiaro raramente trasforma.
Parla di “epistemologia affettiva”. Che rapporto intercorre tra conoscenza e affetto?
Non esiste conoscenza neutra. Ogni atto di conoscenza è attraversato da tracce biografiche, da ferite, da perdite sedimentate. Conosciamo non ciò che appare integro, ma ciò che ci ha resi vulnerabili, esposti, incompleti. L’affetto non è ostacolo, ma condizione stessa della possibilità di conoscere. È nella frattura, non nella totalità apparente, che il senso prende forma. La conoscenza è sempre esperienza viva, attraversata dall’intensità emotiva.
Il dimenticare può diventare pratica poetica e filosofica?
Sì. Dimenticare non significa rimuovere, ma trasformare. È un mestiere temporale, un atto consapevole: conviverci senza esserne imprigionati. L’assenza non è vuoto, è spazio da abitare diversamente. La poesia diventa strumento epistemico: registra ciò che è fragile, instabile, non lineare. Non consola, non chiarisce, non risolve, ma rende visibile ciò che resiste nel tempo, ciò che non può essere chiuso in definizioni immediate.
Lei cita Björk, Artaud, Battiato e altri come guide. Che filo li unisce?
Tutti operano sul rischio, sull’esposizione, sull’instabilità. Non proteggono, non spiegano, non consolano: espongono, provocano, attraversano. Il filo conduttore del mio lavoro è proprio questo: permanenza nel dubbio, capacità di restare, di confrontarsi con l’incompiuto. Restare davanti all’opera, restare nell’amore, restare dentro una perdita. Solo restando, l’esperienza produce cambiamento.
Cinema e horror influenzano la sua poetica. Perché?
Il cinema insegna il rigore, la forma, la profondità del tempo vissuto. Mostra come la costruzione narrativa, portata all’estremo, possa diventare esperienza morale, come l’eleganza e la precisione possano ferire e colpire emotivamente. L’horror, invece, non concede indulgenza: o sei onesto fino in fondo, o crolla tutto. Non consola, non rassicura, non media. Espone radicalmente, mette di fronte alla vulnerabilità. Come l’arte contemporanea, come la vita stessa, è solo nell’esposizione al rischio che qualcosa di vero può accadere, che l’esperienza si fa intensa e trasformativa.
Se dovesse sintetizzare il filo conduttore di tutta la sua ricerca?
Restare. Restare nell’incertezza, nel fragile, nell’incompiuto. Restare davanti a un’opera senza comprenderla subito. Restare in una relazione quando diventa opaca. Restare dentro una perdita. La permanenza è la forma più alta di resistenza, l’unico luogo in cui la trasformazione può accadere. Restare abbastanza a lungo, forse, cambia il modo stesso in cui il mondo ci attraversa.
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