Non avevo il suo numero di telefono, così glielo ho chiesto.
Al momento di salvarlo sul cellulare, gli domando il cognome.
“Giuseppe… di cognome?”
E lui, con naturalezza disarmante:
“Barbiere!”
“No, mi dica il cognome.”
“Di Siviglia… barbiere di Siviglia.”
Abbiamo riso insieme, e solo dopo un altro po’ di insistenza mi ha detto il cognome vero.
Al di là del siparietto, il punto è semplice: molte persone preferiscono farsi riconoscere per due soli elementi, il nome proprio e il mestiere.
Giuseppe, barbiere.
Antonio, meccanico.
Giovanna, salumiera.
Per loro non serve altro.
Il rapporto con il cliente si fonda sulla familiarità, sul “tu” spontaneo, sulla fiducia costruita negli anni.
E il mestiere diventa quasi un secondo cognome.
Ma la realtà sociale è più ampia della bottega in cui lavoriamo.
E il cognome conta: distingue, definisce, radica.
È ciò che permette di dire “Signor Rossi”, non “Signor Giuseppe”, con quel paradosso linguistico in cui il nome proprio diventa informale e svuota il titolo di cortesia.
Io preferisco il cognome proprio per questo.
Quando saluto qualcuno voglio poter dire “Buongiorno, Signor Rossi”.
È un gesto di rispetto.
Se dico “Signor Giuseppe”, il “Signor” diventa superfluo, il “tu” quasi obbligato, e mi toglie la possibilità di onorare il mio interlocutore con la forma più elegante e naturale della nostra lingua: “Signore”!
In un’epoca in cui tutti vogliono essere amici, ricordare i cognomi è un modo discreto per ricordare anche un valore: la dignità delle persone che incontriamo.


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