18 Febbraio 2026

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Tenuti in campana: tra competenze e illusioni di lavoro

Lavoro da anni. A volte con continuità, a volte no. Ci sono periodi in cui tengo la testa fuori dall’acqua, e periodi in cui non lavoro affatto. E non parlo solo della fatica economica: parlo di quella che ti logora dentro, la frustrazione di sentirti sempre a metà, di dare tutto e ricevere poco o nulla. Ho alle spalle lavori importanti, una laurea, formazione in più campi, competenze consolidate. So fare. Non per presunzione, ma per autoconsapevolezza. Eppure, tutto questo sembra non contare.

Quando ho partecipato al PUC, progetto utile alla collettività, nella mia città, Trani, sono stato assegnato alla biblioteca Giovanni Bovio. Un luogo pubblico, vivo, che richiede cura, attenzione e responsabilità. Io mi ci sono immerso come in un vero lavoro: ho fatto più di quanto ci si potesse aspettare, perché per me contava. E il risultato è stato riconosciuto: complimenti scritti dalla direttrice, email e messaggi che conservo ancora, prova tangibile che il mio impegno non era invisibile. Anche l’assistente sociale del Comune che mi seguiva si era attivata, cercando di negoziare con la società che gestisce la biblioteca per un’eventuale assunzione.

Per un po’ mi hanno tenuto in sospeso. “Vediamo… forse sì… aspetta…” Parole gentili, come veleno mascherato da promessa. E alla fine, come spesso accade in questi casi, non è successo nulla. Nessuna assunzione, nessuna continuità, nessuna reale prospettiva. Solo la certezza che, nonostante tutto, ero ancora fuori dal circuito.

È vero, non sono un bibliotecario di formazione. Ma in quella stessa biblioteca lavorano persone assunte con altre figure professionali, ruoli diversi, mansioni diverse. Quindi non è una questione di competenze, è una questione di volontà. E quando manca la volontà, anche il talento, la preparazione e l’esperienza diventano irrilevanti. Tutto ciò che resta è la sensazione amara di essere stato tenuto in campana, un pesce che nuota a vuoto in un acquario dove qualcuno decide chi può restare e chi no.

Questa esperienza non è un caso isolato. È la fotografia di un sistema che funziona per le strutture, non per chi lavora. I progetti utili alla collettività servono alle amministrazioni per colmare carenze croniche di personale senza investire in assunzioni reali. Servono a tappare buchi, a mostrare un’apparenza di attività, a dimostrare che “qualcuno lavora”. Ma per chi li svolge diventano spesso una promessa mai mantenuta, un modo elegante di sfruttare competenze senza offrire prospettive.

Si chiede serietà, presenza, impegno, responsabilità. E poi? Poi tutto finisce. L’esperienza, il lavoro, le competenze accumulate: invisibili. La dignità del lavoro non può reggersi solo sul simbolo dell’utilità sociale. Per chi ha studio, professionalità e anni di esperienza alle spalle, questa discrepanza brucia come acido. Non si tratta di riconoscenza: si tratta di coerenza.

Se lavori bene, se sei capace, se fai la differenza, allora la domanda è semplice, diretta e dolorosa: perché non resti? Perché la tua utilità ha un limite temporale, mentre il tuo impegno, la tua preparazione e la tua professionalità sono costanti. Questa frustrazione non è marginale: è la realtà di chi vive di lavori intermittenti, di chi sa fare e non viene scelto, di chi offre competenza e riceve sospensione.

Finché i progetti utili alla collettività continueranno a essere strumenti per le strutture e non anche per le persone che li realizzano, continueranno a essere promesse mancate, illusioni di inclusione, tempo sospeso. E chi ha alle spalle formazione, professionalità e lavoro serio continuerà a fare la parte più faticosa: essere pronto, sempre, senza mai essere veramente scelto.

È questo il vero costo della precarietà mascherata da utilità. Non è il lavoro che manca, è la volontà di valorizzarlo.