Com’è andato il comizio finale della destra

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Giovedì pomeriggio a Roma, in piazza del Popolo, la coalizione di destra ha tenuto il comizio finale della sua campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 settembre davanti a qualche migliaio di persone. In realtà si sono succeduti i comizi dei principali leader dei vari partiti: hanno parlato Silvio Berlusconi di Forza Italia – che partecipava per la prima volta da diversi anni a un grande comizio in piazza – Maurizio Lupi di Noi Moderati, il segretario della Lega Matteo Salvini e la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, che ha avuto più tempo a disposizione e chiuso l’evento in quanto leader informale della coalizione.

Meloni è stata introdotta dal doppiatore e attore teatrale Pino Insegno, che sul palco ha recitato una versione leggermente modificata del monologo del condottiero Aragorn nell’ultimo film della saga del Signore degli Anelli, di cui Meloni è molto appassionata. “Verrà il giorno della sconfitta, ma non è questo il giorno”, ha detto Insegno, che nella versione italiana doppia proprio Aragorn. E in effetti il comizio di Meloni sembrava soprattutto un discorso della vittoria, anche se per lunghi tratti è stato piuttosto cupo. Per certi versi ha ricordato il discorso che Donald Trump tenne durante la sua cerimonia di inaugurazione da nuovo presidente degli Stati Uniti, nel 2017.

Per tutto il suo discorso Meloni ha elencato figure e categorie di persone che “temono” una vittoria della coalizione della destra, tratteggiando un quadro molto cupo dell’Italia, descritto come un Paese prigioniero del “sistema di potere della sinistra”, che non riesce a farsi rispettare dall’Europa e dagli alleati internazionali, in cui il dibattito pubblico è dominato dai “giornaloni”. Un Paese che impone tasse eccessive agli imprenditori e nel Sud Italia offre soltanto misure assistenzialiste, piene di “spacciatori, ladri, stupratori e mafiosi” perché i governi del centrosinistra hanno trascurato di occuparsi della sicurezza pubblica: “Questa Italia finisce domenica”.

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

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Meloni ha spesso citato per nome il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, accusandolo fra le altre cose di avere incontrato di recente il cancelliere tedesco Olaf Scholz per “barattare un sostegno al PD con l’interesse nazionale”. In uno dei passaggi più duri del suo discorso è sembrato ribaltare le accuse e i timori di avversari politici e commentatori, che sottolineano la sua vicinanza passata e presente ad alcuni autocrati come il primo ministro ungherese Viktor Orbán.

Meloni ha detto che la sinistra italiana considera la democrazia “un incidente della storia” perché a suo dire non rispetta la legittimazione popolare dei leader che vincono le elezioni. Non è un argomento nuovo, anche se articolato con estrema durezza. L’estrema destra europea, e anche Fratelli d’Italia, difende spesso governi autoritari del presente e del passato sostenendo che siano voluti dal “popolo” perché hanno vinto le elezioni, trascurando che difficilmente i governi autoritari permettono un voto libero.

Meloni insomma è sembrata allontanarsi ancora di più dall’immagine moderata e istituzionale che aveva cercato di proiettare nella prima fase della campagna elettorale. Secondo commentatori e diversi addetti ai lavori, in questi ultimi giorni di campagna elettorale Meloni ha assunto toni più aspri, in linea con le sue posizioni del recente passato, soprattutto per cercare di sottrarre ancora più voti alla Lega di Matteo Salvini, dato molto in calo dagli ultimi sondaggi disponibili.

Non a caso, forse, l’ultimo passaggio del suo discorso ha riguardato l’immigrazione, un tema su cui negli ultimi anni ha insistito moltissimo Salvini. Meloni ha ribadito la necessità di accogliere in Italia soltanto le persone con lo status di rifugiato, da individuare con apposite strutture in Africa, e di respingere tutte le persone che provano ad entrare in Italia irregolarmente: una proposta irrealizzabile e che violerebbe diversi trattati internazionali e norme europee.

Gli alleati di Meloni hanno tenuto discorsi piuttosto brevi e poco ispirati. Del resto, oltre ad essere la leader di fatto della coalizione, Meloni è molto nota a Roma, dove ha iniziato e condotto gran parte della sua carriera politica. Quando nel 2016 si candidò a sindaca raccolse il 20 per cento dei voti, molti di più di quelli che poteva contare Fratelli d’Italia. Oggi fra il pubblico sventolavano soprattutto bandiere del partito che Meloni ha fondato nel 2012 e che fino a tre anni fa era dato fra il 5 e il 6 per cento dei consensi.

Il primo a prendere la parola è stato Silvio Berlusconi, arrivato sul palco zoppicando vistosamente, quasi sorretto da Salvini. Berlusconi ha tenuto un discorso incentrato soprattutto sul passato e i presunti meriti dei suoi governi, fra cui quello di avere “posto fine alla Guerra fredda”, come ama ripetere spesso negli ultimi anni. Dopo un brevissimo discorso di Lupi, è arrivato sul palco Salvini, presentato dall’annunciatore come “il ministro dell’Interno più amato nella storia d’Italia”.

Salvini ha elencato piuttosto rapidamente le principali proposte della Lega, alcune delle quali avanzate soprattutto nell’ultima fase della campagna elettorale: l’abolizione del canone RAI, un referendum per abolire il divieto europeo di vendere auto a benzina o a diesel dal 2035, l’estensione della flat tax, l’abolizione del numero chiuso per le facoltà universitarie di medicina.

Nel passaggio più rilevante dal punto di vista politico Salvini ha parlato del suo mandato da ministro dell’Interno, fra 2018 e 2019, aggiungendo: “non vedo l’ora di tornare a farlo”. In altre parole Salvini ha lasciato intuire che in caso di una vittoria della destra chiederà a Meloni di essere nominato ministro dell’Interno. È un’ipotesi che secondo i retroscena politici delle ultime settimane Meloni non sembra apprezzare particolarmente. Proprio da ministro dell’Interno Salvini riuscì a raccogliere moltissimi consensi e a far vincere alla Lega le elezioni europee del 2019.

Parlando del governo che aspira a guidare, invece, Meloni non ha fornito molti dettagli: in un passaggio molto concitato del suo discorso ha detto soltanto che vuole un’Italia “forte, seria, rispettata, che vada in Europa a testa alta”. Non era l’occasione giusta per parlare di ministri, forse, dopo aver attaccato più volte i suoi avversari per essere eccessivamente attaccati al potere. “La sinistra sta lì a blaterare che l’Europa, i mercati e i cittadini hanno paura: gli unici che hanno paura sono loro, perché hanno capito che stanno per finire il loro sistema”, ha detto chiudendo il suo discorso, mentre dagli altoparlanti partiva la canzone “Su di noi” di Pupo.

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