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“The Wall” compie 40 anni, lo strano fascino di un film altrimenti segnato dagli ideologismi per nulla ironici di Roger Waters

di Filippo Mazzarella

La versione cinematografica del capolavoro musicale dei Pink Floyd, tra luci ed ombre

A dicembre del 1979, i Pink Floyd pubblicarono il loro undicesimo album in studio, “The Wall”, un concept ciclopico sviluppato in un’ora e venti di musica divisa in ventisei brani su due LP. Una promozione personale dell’ego smisurato e depressivo del bassista/cantante Roger Waters, sempre più a disagio nel meccanismo stritolante dei tour faraonici e ipertecnologici, ma anche sempre più ossessionato dalla figura dell’ex fondatore Syd Barrett (isolatosi giovanissimo e tempo prima dal mondo a causa della sua grave instabilità psichica) e intimamente assillato (o così dava a intendere..) dall’elaborazione dei lutti e dei traumi del suo passato (come la perdita del padre durante la Seconda Guerra Mondiale).

Malgrado la sua popolarità fosse all’apice assoluto, il gruppo non era mai stato così poco coeso e così a corto di quattrini: e mentre nel 1978 il chitarrista David Gilmour e il già quasi silurato tastierista Richard Wright si trovavano in Francia a registrare i loro esordi solisti e il batterista Nick Mason era impegnato nella produzione di un LP dell’ex Gong Steve Hillage, Waters cercò con l’aiuto di uno psichiatra di concretizzare tutte le sue angosce in un unicum, scrivendo contemporaneamente tutti i brani di “The Wall” e buona parte di quelli che molti anni dopo videro la luce nel suo primo album in proprio, “The Pros and Cons of Hitch Hiking” (1984). Costretti obtorto collo ad assecondarne la megalomania, i membri della band si prestarono così alla realizzazione del disco, che divenne un best seller da quasi trenta milioni di copie (una cifra che oggi non si ottiene nemmeno sommando i risultati dei primi cinquecento dischi più popolari..), seguito da un lunghissimo tour che si caratterizzò per i sofisticatissimi effetti scenici e, soprattutto, per la proiezione di filmati realizzati ad hoc tra i quali spiccavano i cartoon visionari ideati dal famoso disegnatore britannico Gerald Scarfe (anche alla base del videoclip per l’epocale “Another Brick in the Wall – Part II”).

Stante la natura di concept del disco (un formato più volte testato dal gruppo: vedi “The Dark Side of the Moon”, 1973, o “Animals”, 1977), il cui racconto verteva sull’isolamento e l’edificazione progressiva di un muro mentale da parte di una rockstar in crisi, e quella eminentemente visiva delle performance dal vivo, il contraddittorio delirio di onnipotenza di Waters fu determinante per decidere di trasformare l’opera anche in un film. Che non sarebbe stato, come già accaduto in passato (“Pink Floyd: Live at Pompeii”, 1974, di Adrian Maben), un contenitore sui generis di esibizioni dal vivo, ma una vera e propria rock opera sulla falsariga di altri più o meno fortunati esempi dell’epoca (come “Il fantasma del palcoscenico/Phantom of the Paradise”, 1974, di Brian DePalma; o il dittico-Who composto da “Tommy”, 1975, di Ken Russell, e “Quadrophenia”, 1979, di Franc Roddam). Cooptato Alan Parker come produttore e il suo fido operatore Michael Seresin come regista, Waters si cimentò nella stesura della sceneggiatura e avrebbe voluto comunque supervisionarne la realizzazione tecnica.

Ma quando Parker (lanciatissimo da “Fuga di Mezzanotte/Midnight Run”, 1979, e “Saranno Famosi/Fame”, 1980, in cui la musica era già un elemento fondamentale) espresse il desiderio di dirigerlo personalmente, Waters si fece da parte occupandosi solo del complesso lavoro di rielaborazione dei brani originali per adattarli al flusso narrativo. E il caso vuole che, al Festival di Cannes del 1982, “Pink Floyd – The Wall” e il film che Parker aveva girato quasi contemporaneamente, “Spara alla Luna/Shoot the Moon” (un flop epico) furono presentati in contemporanea: il primo, in anteprima mondiale, il 23 maggio del 1982, fuori concorso; il secondo (già uscito negli Usa a febbraio) in competizione. Inutile dire quale dei due abbia lasciato un segno maggiore nell’immaginario collettivo. Chiuso in una stanza d’albergo a Los Angeles, il traumatizzato e intossicato rocker Pink (Bob Geldof) si sta rinchiudendo paranoicamente anche in se stesso, erigendo un muro psicologico protettivo all’interno del quale trovano spazio in forma di memorie ossessive tutti gli avvenimenti più traumatici della sua vita: la morte del padre (James Laurenson) in guerra durante i suoi primi mesi di vita, la difficile esperienza con le rigide istituzioni scolastiche, il rapporto soffocante con sua madre (Christine Hargreaves), quello distruttivo con l’ex moglie infedele (Eleanor David) e, in ultimo, la sua sempre più malata insofferenza per il pubblico e le groupies.

Quando il suo manager (Bob Hoskins) lo ritrova in condizioni intollerabili e quasi stroncato da un’overdose, il suo staff cerca di rimetterlo in sesto alla meglio perché possa esibirsi nel concerto che i suoi fan stanno frequentando: ma nella sua mente lo show dapprima prende le forme di un raduno paranazista in cui egli stesso è una sorta di dittatore che parla alle masse dal palco e poi quelle di un processo diretto da un mostruoso giudice verme che si conclude, dopo che tutte le persone significative della sua vita ne hanno testimoniato le infamie, con una sentenza inappellabile di disintegrazione del muro e di riconsegna alla vita e al mondo reali. A parte pochissimi passaggi dialogati, “Pink Floyd – The Wall” è, come già detto, una rock opera surreale, violenta e visionaria il cui tessuto narrativo è interamente costruito su ventiquattro delle ventisei canzoni che compongono l’album (la bellissima “Hey You” e “The Show Must Go On”, pur centrali nello sviluppo del concept, sono rimaste fuori per addotti motivi di ridondanza) con l’aggiunta di due pezzi inediti, “When the Tigers Broke Free” (esclusa dalla scaletta originale, poi pubblicata solo in forma di 45 giri e qui recuperata) e “5:11 AM (The Moment of Clarity)”, poi finita integralmente nel primo album solista di Waters e di cui è possibile ascoltare solo un breve frammento.

I brani sono montati in un ordine leggermente diverso e quasi completamente rimaneggiati a livello di incisione e/o missaggio (tranne “Nobody Home”, “Vera” e “Goodbye Cruel World”, rimaste identiche alle loro versioni originarie), rimanendo vocalmente appannaggio totale di Waters o Gilmour fatta eccezione per “In the Flesh?” e “Stop”, eseguite dall’azzeccato protagonista Bob Geldof (a sua volta un musicista, da sempre più noto per aver organizzato il primo Live Aid che per i suoi trascorsi con il gruppo rock irlandese The Boomtown Rats). Fermo restando che per i fan dei Pink Floyd il film è assurto da subito al rango di capolavoro incontestabile da omaggiare con ripetute visioni (gli spettatori milanesi dell’epoca ricorderanno certamente i mesi di sold out che il film fece registrare nello scomparso Cinema Della Via Durini dalla sua uscita settembrina; un caso che fece notizia anche per la riproduzione Dolby Stereo a volumi così elevati da scuotere letteralmente le fondamenta del centralissimo edificio che lo ospitava), in termini puramente critici il film è sempre stato un oggetto da prendere con le pinze: vuoi per la serietà eccessiva con cui Parker aderì alla da sempre sospetta filosofia del dolore di Waters e alla retoricissima “poesia” dei suoi testi , vuoi per lo schidione micidiale di banalità psicoanalitiche (talora anche visive: una su tutte, l’enorme tritacarne che riduce in poltiglia i vessati scolari spersonalizzati da macabre maschere anti-identitarie) snocciolate senza soluzione di continuità fino all’inarrivabile didascalismo del processo finale.

E se i tre livelli di lettura del film (autobiografia, critica mediatica e mito antiautoritario) hanno sempre lasciato il tempo che hanno trovato, oggi, sul piano più squisitamente “ideologico” (brutta parola, e ormai desueta: ma tant’è), si fatica molto anche a giustificare la descrizione contraddittoria -e sicuramente in malafede- di una società dello spettacolo (e nella fattispecie del carrozzone “rock”) narcisisticamente (benché autocriticamente) descritta come coacervo di menti “malate” e responsabile di una sorta di perniciosissimo e “fascista” sfruttamento della massificazione. Un sistema di produzione del consenso che, stando a un Waters mai sfiorato dall’ipotesi dell’ironia, avrebbe generato (favorendola) l’adesione acritica giovanile a modelli “negativi” con modalità alla stregua di quelle dei regimi autoritari. Niente di più stupidamente superficiale, moralistico e, in qualche misura, perfino paradossalmente reazionario.

Ciò malgrado, sul piano della pura esperienza sensoriale, il connubio tra le immagini della lavoratissima fotografia (di Peter Biziou, poi premio Oscar per “Mississippi Burning – Le radici dell’odio”, 1989, ancora di Alan Parker), dei disegni animati metamorfici ideati e supervisionati da Scarfe, delle scenografie suggestive (di Brian Morris) e della innegabilmente avvolgente maestria d’esecuzione dei Pink Floyd (una vetta: il brano “What Shall We Do Now?”, versione estesa, rititolata e integrale di “Empty Spaces”, accorciata sull’album per motivi di spazio “fisico” dei vecchi solchi del vinile), il film continua a mantenere un suo strano fascino anche a distanza di quattro decenni ed è ancora oggi continuamente riscoperto dalle nuove generazioni ormai orfane di progetti musicali/cinematografici così eccentrici ed elaborati. Una leggenda (mica tanto: le parole sono state riportate senza smentite dell’interessato nel libro di Gerald Scarfe “The Making of Pink Floyd The Wall”, ed. Weidenfeld & Nicolson, 2010) vuole che Steven Spielberg, presente alla proiezione di Cannes, avesse commentato al riaccendersi delle luci in sala “…what the fuck was that?!” [t.l. “… che c*zzo era?!”]. E se Parker dà alla domanda una risposta pro domo sua, giustificandone la reazione come quella di qualcuno che era stato testimone di “qualcosa che nessuno aveva mai visto prima”, è assai più probabile che le parole di Spielberg andassero prese in un senso più prosaicamente letterale. E che ancora oggi qualche neofita, non solo al termine della visione, si chieda esattamente la stessa cosa. Ma non è un male.

23 maggio 2022 (modifica il 23 maggio 2022 | 13:01)

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