11 Luglio 2026

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Davide Uria – Il mestiere di dimenticarti: la poesia come scienza dell’assenza

Il mestiere di dimenticarti in uscita su Amazon il 17 ottobre 2025, segna il ritorno di Davide Uria alla poesia, dopo anni di silenzio in cui la parola è rimasta sospesa, in attesa di ritrovare la propria necessità. La raccolta nasce da un anno intenso di scrittura, come se un accumulo interiore avesse finalmente trovato la sua forma. Non si tratta di un ritorno nostalgico, ma di un nuovo inizio: la voce poetica si fa più matura, più rigorosa, più esatta nel toccare i territori fragili della memoria e dell’oblio.

Il libro si struttura come un atlante emotivo, suddiviso in sezioni che uniscono il linguaggio della scienza a quello della sensibilità: Architettura emotiva, Fisica delle fratture, Archeologia domestica, Semiotica del silenzio, Sovraesposizione e frequenze, Chirurgia della fine. Ogni titolo introduce un laboratorio interiore in cui le emozioni vengono sezionate, classificate, trasformate in reperti linguistici.

Ciò che colpisce è la precisione chirurgica con cui l’autore osserva il dolore e la mancanza. Non c’è mai compiacimento, ma il rigore di chi vuole dare forma all’invisibile, costruendo un metodo per misurare ciò che non si lascia toccare. L’amore, in queste pagine, non è celebrazione: è possibilità interrotta, esperienza mancata, ferita che continua a pulsare sotto la pelle.

Eppure, dietro la lucidità analitica, la poesia lascia trasparire un calore umano, un respiro che accompagna chi legge. Il mestiere di dimenticarti non offre consolazioni facili, ma invita a sostare nella frattura, a riconoscere che dimenticare non significa cancellare, bensì imparare a convivere con ciò che resta. In un tempo che ci spinge a correre e a rimuovere, il libro ci obbliga a fermarci, ad ascoltare l’eco delle assenze, a trasformarle in materia viva.


Intervista

1. Il tuo nuovo libro porta un titolo forte e paradossale, Il mestiere di dimenticarti. Quando hai capito che “dimenticare” non era un gesto spontaneo ma un vero e proprio lavoro quotidiano?
Me ne sono accorto lentamente. All’inizio pensavo che il tempo avrebbe fatto da solo, che le ferite si sarebbero chiuse senza il mio intervento. Invece ho scoperto che dimenticare non è oblio improvviso, ma pratica, disciplina, esercizio quotidiano. È come imparare un mestiere che nessuno ti ha insegnato: sbagli, ricominci, provi nuovi strumenti, scopri che certe cicatrici non si cancellano, ma puoi imparare a conviverci.

2. La raccolta è divisa in sezioni con titoli che richiamano la scienza e la tecnica. Perché hai scelto questo linguaggio, apparentemente lontano dall’emotività della poesia?
Perché volevo dare ordine al caos. Il linguaggio della scienza ha una precisione che manca alla vita emotiva, e usarlo in poesia è stato un modo per rendere concreto ciò che rischiava di restare nebuloso. Parlare di “meccanica del vuoto” o di “archeologia domestica” significa tradurre emozioni in strutture, in mappe. È un tentativo di catalogare l’invisibile, di dare una forma leggibile a ciò che sfugge.

3. Le tue poesie sembrano radiografie emotive, referti clinici del cuore. Quanto è importante per te questo approccio “chirurgico”?
Molto. Non mi interessa una poesia che si limiti a raccontare il dolore in modo confuso. Preferisco sezionarlo, guardarlo da vicino, scomporlo in parti. Questo approccio non serve a sterilizzare l’emozione, ma a darle dignità di forma. È come dire: il dolore esiste, ha peso, ha una geometria. Lo guardo in faccia e lo trasformo in linguaggio.

4. La prima sezione si intitola Architettura emotiva. Possiamo davvero costruire un edificio stabile con materiali fragili come i sentimenti?
In teoria sì, ma nella pratica crolla quasi sempre. La sezione parla proprio di questo: dell’illusione di poter dare fondamenta solide a un legame che invece nasce già instabile. Ogni parola è una trave fragile, ogni gesto un muro che si incrina. È il cantiere delle emozioni, dove si costruisce con speranza, ma tutto scricchiola.

5. In Fisica delle fratture affronti il momento in cui le emozioni superano il punto di rottura. È un cedimento o anche un’occasione di rinascita?
Entrambe le cose. La frattura è sempre una fine, ma anche un’apertura. Quando qualcosa si rompe, mostra la sua struttura interna, e da lì può nascere una nuova consapevolezza. Scrivere quelle poesie è stato un modo per accettare che la fragilità fa parte della vita, e che non tutto ciò che si rompe deve per forza essere riparato: a volte va lasciato così, come testimonianza.

6. In Archeologia domestica gli oggetti diventano reliquie affettive. Quanto conta per te la dimensione materiale nel processo del ricordo?
Moltissimo. Gli oggetti trattengono più memoria di quanto crediamo. Una chiave, un biglietto, una tazza possono diventare fossili emotivi. Li ho osservati come reperti, non tanto per il loro valore intrinseco, ma perché custodiscono il segno di un’assenza. Frugare tra i cassetti della memoria significa fare uno scavo: ogni oggetto è un frammento che parla di ciò che non c’è più.

7. La sezione Semiotica del silenzio è dedicata alle lingue morte dell’amore. Come si scrive di ciò che non viene detto?
Scrivere del silenzio è la sfida più grande. Ho provato a trattarlo come un linguaggio vero e proprio, con una sua grammatica e i suoi codici. Ogni omissione, ogni pausa, ogni sguardo mancato diventa segno. Non è un vuoto, ma un pieno di significati. La poesia qui si fa traduzione impossibile di un alfabeto che non ha voce.

8. Hai usato spesso il termine “assenza”. Che cos’è per te, concretamente, l’assenza?
Non è mancanza vaga, è presenza rovesciata. L’assenza ha peso, odore, geometria. La senti nelle stanze vuote, nelle abitudini interrotte, nelle giornate che non hanno più la stessa sequenza. È un corpo che non c’è, ma continua a occupare spazio.

9. In Sovraesposizione e frequenze scrivi di dissonanze emotive, di due sistemi affettivi che non si sintonizzano. È questa la radice del dolore?
Credo di sì. Molto del dolore nasce da ciò che non si incastra, da due vite che si sfiorano senza riuscire a parlarsi davvero. La sovraesposizione, per me, è quando la luce è troppa e rivela le crepe. Le frequenze, invece, sono i rumori di fondo di un dialogo che non riesce a sintonizzarsi.

10. La sezione finale si intitola Chirurgia della fine. Cosa significa per te “operare” sul ricordo?
Significa incidere, tagliare, rimuovere. Non in senso violento, ma clinico. La poesia lì diventa bisturi: entra nel dolore per isolarlo, per capire dove si annida. Non serve a guarire definitivamente, ma a contenere, a rendere sopportabile ciò che altrimenti sarebbe insopportabile.

11. Quanto ha contato per te il tempo in questo percorso? Non parlo solo degli anni di silenzio, ma del ritmo interno che emerge nel libro.
Il tempo è stato tutto. Ho imparato che le emozioni hanno bisogno di sedimentare. Non potevo scrivere questo libro prima. Ogni sezione è scandita da un tempo diverso: l’attesa, la frattura, l’erosione lenta, il silenzio, l’accecamento, l’intervento finale. È come un orologio interiore che detta i capitoli della sopravvivenza.

12. La tua poesia sembra priva di sentimentalismi, ma al tempo stesso profondamente emotiva. Come riesci a tenere questo equilibrio?
Credo che la chiave sia la precisione. Non scrivo per sfogarmi, scrivo per costruire. Questo mi impedisce di cadere nel sentimentalismo. Allo stesso tempo, però, non rinuncio all’emozione: la lascio emergere, ma dentro una forma che la contenga. È un equilibrio fragile, ma necessario.

13. Pensi che la poesia possa davvero aiutare a dimenticare, o piuttosto fissi ancora più a fondo ciò che si vorrebbe lasciare andare?
Entrambe le cose. Scrivere significa fissare, ma anche trasformare. Una volta che un dolore diventa parola, smette di essere puro caos e si fa forma. Non sparisce, ma cambia natura. È un po’ come addomesticare un animale selvatico: continua a mordere, ma lo conosci, sai come muoverti con lui.

14. Quanto conta per te il corpo, nella tua scrittura? Penso a termini come “chirurgia”, “sismografia”, “cartella clinica”.
Il corpo è il luogo dove tutto si iscrive. Anche quando parlo di assenza, la sento nel corpo: nel respiro, nelle mani vuote, nel petto che pesa. Usare il linguaggio della medicina o della scienza è un modo per dire che l’emozione non è astratta, ma fisica. La perdita lascia sintomi, ferite, cicatrici.

15. Hai scritto che l’invisibile ha peso. Puoi spiegare meglio questa intuizione?
L’invisibile non è un concetto etereo: è ciò che non vediamo ma che condiziona la vita. Le attese, i silenzi, le parole mancate hanno peso reale. Ci piegano le giornate, ci spostano il baricentro, come una gravità invisibile. Ho voluto trattarlo come materia concreta, dargli consistenza poetica.

16. Cosa ti ha insegnato questo anno di scrittura intensa?
Che la costanza è più importante dell’ispirazione. Ho imparato a scrivere ogni giorno, anche quando non ne avevo voglia. Non cercavo il verso perfetto, cercavo la continuità. Alla fine, è stata proprio questa disciplina a farmi arrivare al libro.

17. Quanto spazio ha avuto il silenzio in questo processo creativo?
Enorme. Il silenzio è il vero grembo della poesia. Non scrivevo sempre: ascoltavo, osservavo, lasciavo maturare. Credo che senza silenzio non esista scrittura autentica, perché la parola nasce sempre da un vuoto che la precede.

18. Oggi si tende a correre, a dimenticare in fretta. Tu invece inviti ad abitare la frattura. Pensi che la poesia sia anche un gesto politico in questo senso?
Sì, assolutamente. Scrivere poesia significa resistere alla velocità, rifiutare la logica del “supera e vai avanti”. La poesia chiede lentezza, profondità, sosta. È un gesto intimo, ma ha un valore politico, perché ci ricorda che siamo esseri fragili, che il dolore non si cancella con uno swipe.

19. Immagini che questa raccolta possa avere una funzione terapeutica per chi la legge, o la pensi come un percorso solo tuo?
La poesia nasce sempre da un’esperienza personale, ma non resta mai solo tua. Io scrivo per capire me stesso, ma spero che chi legge trovi un frammento di sé tra le mie parole. Non offro soluzioni, ma compagnia: una voce che dice “anch’io ci sono passato”.

20. Cosa speri che resti al lettore dopo aver chiuso il libro?
Spero resti la sensazione che l’assenza non è un deserto sterile, ma un luogo abitabile. Che dimenticare non significa annientare, ma trasformare. Che si può convivere con ciò che manca, e da lì costruire una nuova forma di presenza.

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